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Modifiche a "Ridefinizione proposta paesaggio protetto con ripensamento percorso e progetto"

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    Il confronto tra il quadro normativo del PAI (Po), il progetto promosso e gli strumenti urbanistici locali mettono in luce un conflitto non marginale e un contrasto evidente tra modelli territoriali alternativi, che insistono sullo stesso spazio fisico ma rispondono a logiche radicalmente diverse.


    Il PAI rappresenta lo strumento di gestione del rischio idraulico, con l’obiettivo di garantire la sicurezza del territorio attraverso la regolazione delle piene, definizione delle fasce di pertinenza fluviale e l’imposizione di vincoli all’uso del suolo. Il fiume unitamente ai suoi affluenti sono quindi concepito come un sistema dinamico da controllare e governare, non come un ecosistema da espandere; le fasce non sono dispositivi ecologici, ma strumenti tecnici per contenere il rischio dove la sicurezza ha sempre rappresentato una priorità assoluta.


    Il progetto si colloca su un piano diverso: il fiume diventa infrastruttura ecologica, corridoio di biodiversità e matrice di naturalizzazione. Pur coerente con gli indirizzi europei, la proposta presenta una criticità sostanziale: assume disponibile uno spazio che, nel contesto emiliano centrale, non lo è. I territori interessati, soprattutto nella bassa e a nord di Modena, non sono ambiti residuali, ma sistemi agricoli-produttivi strutturati, con importante valore economico e sociale. La trasformazione ecologica proposta incide quindi su un assetto consolidato non adeguatamente valutato.


    Gli strumenti urbanistici locali recepiscono i vincoli del PAI e prevedono elementi di rete ecologica, ma in una logica integrativa, mantenendo l’equilibrio tra tutela ambientale, sicurezza idraulica e funzione agricola, di contro emerge un disallineamento rispetto alla razio proposta dal Progetto in esame. Il progetto, invece, propone una trasformazione più estesa e sostanziale, che supera tale equilibrio e comporta una ridefinizione delle priorità territoriali.


    La rinaturalizzazione modifica la catena alimentare e comunità faunistiche, favorendo anche specie opportuniste, fossorie e ungulate. Tali presenze possono incidere sul territorio antropizzato e sanità animale, anche con riferimento alla Peste suina africana, profili sui quali il progetto non offre adeguati approfondimenti.


    Permangono carenze su Protezione Civile, gestione arginale e responsabilità attuative: le aree fluviali sono infrastrutture di sicurezza e richiedono accessibilità, operatività dei mezzi, risposta in piena e coordinamento emergenziale puntualmente verificati. Inoltre, i comuni lungo il Secchia hanno diversa capacità di assorbire gli impatti; nella bassa modenese, più fragile e meno attrattiva, nuovi vincoli o trasformazioni estese rischiano di produrre effetti sproporzionati e aggravare criticità territoriali già presenti.


    Ne deriva il rischio concreto di accentuare fenomeni di marginalizzazione territoriale e declino demografico, incentivando indirettamente i processi di progressivo spopolamento delle aree interne e dei piccoli comuni della bassa pianura. Tale aspetto non risulta adeguatamente approfondito nel progetto, che non sembra considerare in modo esplicito le differenti capacità di resilienza dei territori interessati né le possibili ricadute in termini di equilibrio socio-economico.


    Il progetto promosso dall’Ente Parchi Emilia Centrale introduce un’impostazione di valore sul piano culturale e strategico, ampliando la lettura del sistema fluviale oltre l’approccio esclusivamente ingegneristico. Tuttavia, nella formulazione attuale, permangono carenze rilevanti in termini di integrazione territoriale, sostenibilità economica, coerenza con gli strumenti vigenti e gestione operativa della sicurezza.


    In particolare, risultano insufficientemente sviluppati il rapporto con il sistema agricolo-produttivo, la gestione degli impatti ecologici e faunistici, il coordinamento con PAI, PUG e PRG, l’integrazione con la Protezione Civile, la definizione delle responsabilità attuative e la costruzione di una strategia graduale, misurabile e reversibile. Per tali ragioni, non si condivide l’attuale assetto progettuale: eventuali sviluppi dovrebbero essere subordinati a dati aggiornati, verifiche idrauliche ed ecologico-faunistiche, sostenibilità economica, chiara governance e piena compatibilità con il sistema territoriale.


    Si ritiene necessario riformulare il progetto con approccio graduale, differenziato e partecipato, definendo ambiti, competenze, responsabilità, manutenzioni e governance attuativa. Gli interventi dovrebbero essere limitati ad ambiti pilota, misurabili e reversibili, in aree effettivamente idonee, per garantire tutela ambientale, sicurezza idraulica e presidio territoriale.


    Si rimane a disposizione per chiarimenti e confronto.


    Contenuti realizzati da Alice Cavazza,Meri Baraldi, Eugenio Portioli,Aristide Mambrini, Giovanni Gasparini Casari, Gian Carlo Plessi.

    "]
  • +["<p>Il confronto tra il quadro normativo del PAI (Po), il progetto promosso e gli strumenti urbanistici locali mettono in luce un conflitto non marginale e un contrasto evidente tra modelli territoriali alternativi, che insistono sullo stesso spazio fisico ma rispondono a logiche radicalmente diverse.</p><p><br></p><p>Il PAI rappresenta lo&nbsp;strumento di gestione del rischio idraulico, con l’obiettivo di garantire la sicurezza del territorio attraverso la regolazione delle piene, definizione delle fasce di pertinenza fluviale e l’imposizione di vincoli all’uso del suolo. Il fiume unitamente ai suoi affluenti sono quindi concepito come un sistema dinamico da controllare e governare, non come un ecosistema da espandere; le fasce non sono dispositivi ecologici, ma strumenti tecnici per contenere il rischio dove la sicurezza ha sempre rappresentato una priorità assoluta.</p><p><br></p><p>Il progetto si colloca su un piano diverso: il fiume diventa infrastruttura ecologica, corridoio di biodiversità e matrice di naturalizzazione. Pur coerente con gli indirizzi europei, la proposta presenta una criticità sostanziale: assume disponibile uno spazio che, nel contesto emiliano centrale, non lo è. I territori interessati, soprattutto nella bassa e a nord di Modena, non sono ambiti residuali, ma sistemi agricoli-produttivi strutturati, con importante valore economico e sociale. La trasformazione ecologica proposta incide quindi su un assetto consolidato non adeguatamente valutato.</p><p><br></p><p>Gli strumenti urbanistici locali recepiscono i vincoli del PAI e prevedono elementi di rete ecologica, ma in una logica integrativa, mantenendo l’equilibrio tra tutela ambientale, sicurezza idraulica e funzione agricola, di contro emerge un disallineamento rispetto alla razio proposta dal Progetto in esame. Il progetto, invece, propone una trasformazione più estesa e sostanziale, che supera tale equilibrio e comporta una ridefinizione delle priorità territoriali.</p><p><br></p><p>La rinaturalizzazione modifica la catena alimentare e comunità faunistiche, favorendo anche specie opportuniste, fossorie e ungulate. Tali presenze possono incidere sul territorio antropizzato e sanità animale, anche con riferimento alla Peste suina africana, profili sui quali il progetto non offre adeguati approfondimenti.</p><p><br></p><p>Permangono carenze su Protezione Civile, gestione arginale e responsabilità attuative: le aree fluviali sono infrastrutture di sicurezza e richiedono accessibilità, operatività dei mezzi, risposta in piena e coordinamento emergenziale puntualmente verificati. Inoltre, i comuni lungo il Secchia hanno diversa capacità di assorbire gli impatti; nella bassa modenese, più fragile e meno attrattiva, nuovi vincoli o trasformazioni estese rischiano di produrre effetti sproporzionati e aggravare criticità territoriali già presenti.</p><p><br></p><p>Ne deriva il rischio concreto di accentuare fenomeni di marginalizzazione territoriale e declino demografico, incentivando indirettamente i processi di progressivo spopolamento delle aree interne e dei piccoli comuni della bassa pianura. Tale aspetto non risulta adeguatamente approfondito nel progetto, che non sembra considerare in modo esplicito le differenti capacità di resilienza dei territori interessati né le possibili ricadute in termini di equilibrio socio-economico.</p><p><br></p><p>Il progetto promosso dall’Ente Parchi Emilia Centrale introduce un’impostazione di valore sul piano culturale e strategico, ampliando la lettura del sistema fluviale oltre l’approccio esclusivamente ingegneristico. Tuttavia, nella formulazione attuale, permangono carenze rilevanti in termini di integrazione territoriale, sostenibilità economica, coerenza con gli strumenti vigenti e gestione operativa della sicurezza.</p><p><br></p><p>In particolare, risultano insufficientemente sviluppati il rapporto con il sistema agricolo-produttivo, la gestione degli impatti ecologici e faunistici, il coordinamento con PAI, PUG e PRG, l’integrazione con la Protezione Civile, la definizione delle responsabilità attuative e la costruzione di una strategia graduale, misurabile e reversibile. Per tali ragioni, non si condivide l’attuale assetto progettuale: eventuali sviluppi dovrebbero essere subordinati a dati aggiornati, verifiche idrauliche ed ecologico-faunistiche, sostenibilità economica, chiara governance e piena compatibilità con il sistema territoriale.</p><p><br></p><p>Si ritiene necessario riformulare il progetto con approccio graduale, differenziato e partecipato, definendo ambiti, competenze, responsabilità, manutenzioni e governance attuativa. Gli interventi dovrebbero essere limitati ad ambiti pilota, misurabili e reversibili, in aree effettivamente idonee, per garantire tutela ambientale, sicurezza idraulica e presidio territoriale.</p><p><br></p><p>Si rimane a disposizione per chiarimenti e confronto.</p><p><br></p><p>Contenuti realizzati da Alice Cavazza,Meri Baraldi, Eugenio Portioli,Aristide Mambrini, Giovanni Gasparini Casari, Gian Carlo Plessi.</p>"]
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    Il confronto tra il quadro normativo del PAI (Po), il progetto promosso e gli strumenti urbanistici locali mettono in luce un conflitto non marginale e un contrasto evidente tra modelli territoriali alternativi, che insistono sullo stesso spazio fisico ma rispondono a logiche radicalmente diverse.


    Il PAI rappresenta lo strumento di gestione del rischio idraulico, con l’obiettivo di garantire la sicurezza del territorio attraverso la regolazione delle piene, definizione delle fasce di pertinenza fluviale e l’imposizione di vincoli all’uso del suolo. Il fiume unitamente ai suoi affluenti sono quindi concepito come un sistema dinamico da controllare e governare, non come un ecosistema da espandere; le fasce non sono dispositivi ecologici, ma strumenti tecnici per contenere il rischio dove la sicurezza ha sempre rappresentato una priorità assoluta.


    Il progetto si colloca su un piano diverso: il fiume diventa infrastruttura ecologica, corridoio di biodiversità e matrice di naturalizzazione. Pur coerente con gli indirizzi europei, la proposta presenta una criticità sostanziale: assume disponibile uno spazio che, nel contesto emiliano centrale, non lo è. I territori interessati, soprattutto nella bassa e a nord di Modena, non sono ambiti residuali, ma sistemi agricoli-produttivi strutturati, con importante valore economico e sociale. La trasformazione ecologica proposta incide quindi su un assetto consolidato non adeguatamente valutato.


    Gli strumenti urbanistici locali recepiscono i vincoli del PAI e prevedono elementi di rete ecologica, ma in una logica integrativa, mantenendo l’equilibrio tra tutela ambientale, sicurezza idraulica e funzione agricola, di contro emerge un disallineamento rispetto alla razio proposta dal Progetto in esame. Il progetto, invece, propone una trasformazione più estesa e sostanziale, che supera tale equilibrio e comporta una ridefinizione delle priorità territoriali.


    La rinaturalizzazione modifica la catena alimentare e comunità faunistiche, favorendo anche specie opportuniste, fossorie e ungulate. Tali presenze possono incidere sul territorio antropizzato e sanità animale, anche con riferimento alla Peste suina africana, profili sui quali il progetto non offre adeguati approfondimenti.


    Permangono carenze su Protezione Civile, gestione arginale e responsabilità attuative: le aree fluviali sono infrastrutture di sicurezza e richiedono accessibilità, operatività dei mezzi, risposta in piena e coordinamento emergenziale puntualmente verificati. Inoltre, i comuni lungo il Secchia hanno diversa capacità di assorbire gli impatti; nella bassa modenese, più fragile e meno attrattiva, nuovi vincoli o trasformazioni estese rischiano di produrre effetti sproporzionati e aggravare criticità territoriali già presenti.


    Ne deriva il rischio concreto di accentuare fenomeni di marginalizzazione territoriale e declino demografico, incentivando indirettamente i processi di progressivo spopolamento delle aree interne e dei piccoli comuni della bassa pianura. Tale aspetto non risulta adeguatamente approfondito nel progetto, che non sembra considerare in modo esplicito le differenti capacità di resilienza dei territori interessati né le possibili ricadute in termini di equilibrio socio-economico.


    Il progetto promosso dall’Ente Parchi Emilia Centrale introduce un’impostazione di valore sul piano culturale e strategico, ampliando la lettura del sistema fluviale oltre l’approccio esclusivamente ingegneristico. Tuttavia, nella formulazione attuale, permangono carenze rilevanti in termini di integrazione territoriale, sostenibilità economica, coerenza con gli strumenti vigenti e gestione operativa della sicurezza.


    In particolare, risultano insufficientemente sviluppati il rapporto con il sistema agricolo-produttivo, la gestione degli impatti ecologici e faunistici, il coordinamento con PAI, PUG e PRG, l’integrazione con la Protezione Civile, la definizione delle responsabilità attuative e la costruzione di una strategia graduale, misurabile e reversibile. Per tali ragioni, non si condivide l’attuale assetto progettuale: eventuali sviluppi dovrebbero essere subordinati a dati aggiornati, verifiche idrauliche ed ecologico-faunistiche, sostenibilità economica, chiara governance e piena compatibilità con il sistema territoriale.


    Si ritiene necessario riformulare il progetto con approccio graduale, differenziato e partecipato, definendo ambiti, competenze, responsabilità, manutenzioni e governance attuativa. Gli interventi dovrebbero essere limitati ad ambiti pilota, misurabili e reversibili, in aree effettivamente idonee, per garantire tutela ambientale, sicurezza idraulica e presidio territoriale.


    Si rimane a disposizione per chiarimenti e confronto.


    Contenuti realizzati da Alice Cavazza,Meri Baraldi, Eugenio Portioli,Aristide Mambrini, Giovanni Gasparini Casari, Gian Carlo Plessi.

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Il fiume unitamente ai suoi affluenti sono quindi concepito come un sistema dinamico da controllare e governare, non come un ecosistema da espandere; le fasce non sono dispositivi ecologici, ma strumenti tecnici per contenere il rischio dove la sicurezza ha sempre rappresentato una priorità assoluta.</p><p><br></p><p>Il progetto si colloca su un piano diverso: il fiume diventa infrastruttura ecologica, corridoio di biodiversità e matrice di naturalizzazione. Pur coerente con gli indirizzi europei, la proposta presenta una criticità sostanziale: assume disponibile uno spazio che, nel contesto emiliano centrale, non lo è. I territori interessati, soprattutto nella bassa e a nord di Modena, non sono ambiti residuali, ma sistemi agricoli-produttivi strutturati, con importante valore economico e sociale. La trasformazione ecologica proposta incide quindi su un assetto consolidato non adeguatamente valutato.</p><p><br></p><p>Gli strumenti urbanistici locali recepiscono i vincoli del PAI e prevedono elementi di rete ecologica, ma in una logica integrativa, mantenendo l’equilibrio tra tutela ambientale, sicurezza idraulica e funzione agricola, di contro emerge un disallineamento rispetto alla razio proposta dal Progetto in esame. Il progetto, invece, propone una trasformazione più estesa e sostanziale, che supera tale equilibrio e comporta una ridefinizione delle priorità territoriali.</p><p><br></p><p>La rinaturalizzazione modifica la catena alimentare e comunità faunistiche, favorendo anche specie opportuniste, fossorie e ungulate. Tali presenze possono incidere sul territorio antropizzato e sanità animale, anche con riferimento alla Peste suina africana, profili sui quali il progetto non offre adeguati approfondimenti.</p><p><br></p><p>Permangono carenze su Protezione Civile, gestione arginale e responsabilità attuative: le aree fluviali sono infrastrutture di sicurezza e richiedono accessibilità, operatività dei mezzi, risposta in piena e coordinamento emergenziale puntualmente verificati. Inoltre, i comuni lungo il Secchia hanno diversa capacità di assorbire gli impatti; nella bassa modenese, più fragile e meno attrattiva, nuovi vincoli o trasformazioni estese rischiano di produrre effetti sproporzionati e aggravare criticità territoriali già presenti.</p><p><br></p><p>Ne deriva il rischio concreto di accentuare fenomeni di marginalizzazione territoriale e declino demografico, incentivando indirettamente i processi di progressivo spopolamento delle aree interne e dei piccoli comuni della bassa pianura. Tale aspetto non risulta adeguatamente approfondito nel progetto, che non sembra considerare in modo esplicito le differenti capacità di resilienza dei territori interessati né le possibili ricadute in termini di equilibrio socio-economico.</p><p><br></p><p>Il progetto promosso dall’Ente Parchi Emilia Centrale introduce un’impostazione di valore sul piano culturale e strategico, ampliando la lettura del sistema fluviale oltre l’approccio esclusivamente ingegneristico. Tuttavia, nella formulazione attuale, permangono carenze rilevanti in termini di integrazione territoriale, sostenibilità economica, coerenza con gli strumenti vigenti e gestione operativa della sicurezza.</p><p><br></p><p>In particolare, risultano insufficientemente sviluppati il rapporto con il sistema agricolo-produttivo, la gestione degli impatti ecologici e faunistici, il coordinamento con PAI, PUG e PRG, l’integrazione con la Protezione Civile, la definizione delle responsabilità attuative e la costruzione di una strategia graduale, misurabile e reversibile. Per tali ragioni, non si condivide l’attuale assetto progettuale: eventuali sviluppi dovrebbero essere subordinati a dati aggiornati, verifiche idrauliche ed ecologico-faunistiche, sostenibilità economica, chiara governance e piena compatibilità con il sistema territoriale.</p><p><br></p><p>Si ritiene necessario riformulare il progetto con approccio graduale, differenziato e partecipato, definendo ambiti, competenze, responsabilità, manutenzioni e governance attuativa. Gli interventi dovrebbero essere limitati ad ambiti pilota, misurabili e reversibili, in aree effettivamente idonee, per garantire tutela ambientale, sicurezza idraulica e presidio territoriale.</p><p><br></p><p>Si rimane a disposizione per chiarimenti e confronto.</p><p><br></p><p>Contenuti realizzati da Alice Cavazza,Meri Baraldi, Eugenio Portioli,Aristide Mambrini, Giovanni Gasparini Casari, Gian Carlo Plessi.</p>"]
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Avatar Meri Baraldi
Versione creata il 29/04/2026 23:38

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