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La visione di Moreno Veronese sulla gestione del paesaggio
Moreno Veronese, urbanista ed esperto di pianificazione, è stato responsabile dell'Ufficio di Piano dell'Unione delle Terre d'Argine e attualmente è dirigente presso l’Agenzia regionale per la prevenzione, l'ambiente e l'energia - Arpae. La sua testimonianza mette in connessione i temi dell'urbanistica, dell'ecologia e della partecipazione, partendo dall'esperienza diretta maturata sul territorio del fiume Secchia e delle Terre d'Argine. Veronese ci invita a superare la visione a settori e la separazione città-campagna, leggendo il territorio come un sistema unico, dove spazi naturali e rurali compensano e mitigano gli effetti urbani.
Dalla progettazione alla valutazione della sostenibilità
Per comprendere il punto di vista di Moreno Veronese, è utile partire dal suo percorso professionale, che offre una doppia visuale sui problemi del territorio. Veronese è un urbanista che ha lavorato a lungo sul campo, coordinando la stesura del piano urbanistico generale dell'Unione delle Terre d'Argine (che comprende Carpi, Campogalliano, Soliera e Novi di Modena). Recentemente, ha assunto un ruolo dirigenziale in ARPAE (Agenzia regionale per la prevenzione, l'ambiente e l'energia), dove si occupa anche di valutare la sostenibilità ambientale dei piani altrui. Questo passaggio è cruciale: è passato dal ruolo di chi disegna le trasformazioni urbane a quello di chi ne controlla gli impatti. Questa esperienza gli ha permesso di notare che, anche quando le amministrazioni locali mostravano incertezze politiche iniziali su progetti di valorizzazione territoriale, la sensibilità delle comunità locali non è mai mancata. Esiste una base di consapevolezza diffusa tra i cittadini che rappresenta un terreno fertile per costruire dialoghi costruttivi e senza preconcetti.
Costruire un progetto "di" molti, non solo "con" molti
Quando si parla di percorsi partecipativi, spesso si rischia di cadere nella retorica. Veronese è molto netto su questo punto: un percorso partecipativo non ha successo semplicemente perché coinvolge un alto numero di persone, ma quando diventa un progetto "di molti soggetti". La differenza è sostanziale: non si tratta solo di ascoltare o consultare, ma di condividere la responsabilità e la paternità delle scelte. L'idea brillante di un singolo architetto o urbanista, per quanto valida tecnicamente, non è sufficiente se non è supportata da un obiettivo condiviso dalla comunità. Il compito dei cittadini, che sono i veri esperti del territorio in cui vivono, è duplice:
Guardare alla funzione e all'obiettivo, non all'oggetto in sé
Ci sono esperti bravissimi nel loro singolo settore (urbanistica, idraulica, agricoltura) che però faticano a dialogare tra loro. Se ci limitiamo a guardare l'aspetto tecnico isolato, sostiene Veronese, rischiamo di "incartarci". Dobbiamo invece chiederci: quale funzione ha questo aspetto ecologico o paesaggistico rispetto al modello di sviluppo che vogliamo perseguire? Solo inserendo ogni tassello in una visione strategica complessiva si evita di perdersi in una visione parziale.
Dalla zonizzazione al "metabolismo urbano"
Un altro concetto chiave è il superamento della vecchia divisione tra città e natura. In passato, il lavoro dell'ambientalista o dell'agronomo finiva esattamente dove iniziava la città. lì subentrava l'urbanista. Questa separazione netta è definita da Veronese come una "resa", l'ammissione che esistono due mondi che non dialogano. Oggi, grazie anche alla Legge regionale del 24 del 2017 (Disciplina regionale sulla tutela e l’uso del territorio), si sta cambiando approccio, passando dall'espansione alla rigenerazione dell'esistente. Questo obbliga a studiare la città non più come un blocco di cemento separato, ma analizzandone il "metabolismo urbano". Come funzionano le isole di calore? Come si integra l'ecologia nel tessuto costruito? L'obiettivo è entrare in un'ottica di reciprocità: gli spazi rurali e naturali non sono il "vuoto" attorno al "pieno" della città, ma luoghi che si integrano con quelli costruiti e che servono a compensare, mitigare e bilanciare quello che accade nell'ambiente urbano.
Da problema da limitare a risorsa per il progetto
In questa visione integrata, cambia radicalmente anche il modo di rapportarsi con gli attori economici del territorio, come gli agricoltori. L'approccio classico è chiedersi come realizzare un progetto arrecando "il minor disturbo possibile" all'attività agricola. La prospettiva va ribaltata: bisogna chiedersi quale contributo gli agricoltori possono dare attivamente alla riuscita del progetto. L'agricoltura non è un ostacolo alla tutela del paesaggio, ma una componente essenziale della comunità locale che può aiutare a gestire e valorizzare il territorio stesso.
Oltre i finanziamenti, serve un modello culturale
Siamo abituati a pensare alla natura come luogo di ricreazione soprattutto in montagna, dove la rete sentieristica è consolidata. In pianura, e in particolare lungo i fiumi (le infrastrutture blu) e le aree verdi, stiamo imparando solo ora a sviluppare percorsi non solo fisici, ma "logici" di fruizione. Strumenti come il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) offrono finanziamenti straordinari per creare queste connessioni, ma Veronese avverte: i soldi e le infrastrutture da soli non bastano. Si possono costruire ciclabili e sentieri, ma se non c'è un modello culturale condiviso che ne incentivi l'uso, rischiano di rimanere opere vuote. Tuttavia, i segnali sono positivi: nel piano delle Terre d'Argine le "infrastrutture verdi e blu" sono già state tracciate con chiarezza, segno che la consapevolezza politica e tecnica è matura.
Bilanciare le priorità per il bene comune
Gestire il territorio significa anche saper prendere decisioni difficili, stabilendo delle priorità tra interessi diversi. Veronese cita un caso concreto avvenuto nell'Unione delle Terre d'Argine riguardante la sicurezza idraulica del fiume Secchia. Si è presentato un conflitto tra due esigenze pubbliche: da un lato la tutela di edifici storici e testimoniali situati nelle aree golenali (vicino al fiume), dall'altro la sicurezza delle famiglie che vi abitavano, esposte a un alto rischio di inondazione. La scelta strategica del piano è stata radicale: sono stati rimossi i vincoli di tutela testimoniale da quegli edifici per favorire e incentivare la delocalizzazione delle famiglie. È stato deciso che la sicurezza delle persone valeva più della conservazione dei muri. Questa decisione, frutto di un confronto locale molto acceso, dimostra cosa significa fare pianificazione: non accontentare tutti, ma perseguire un obiettivo strategico chiaro (la sicurezza) definito dalla comunità.
In sintesi, il messaggio di Moreno Veronese è che la tutela e lo sviluppo non sono nemici. Paesaggio, funzioni urbane e risorse naturali devono trovare un punto d'incontro in un "patto locale". Solo attraverso un percorso che parte dal basso, che unisce le competenze tecniche alla passione di chi vive il territorio, si può passare dai "segni sulla carta" a una reale qualità della vita.
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