Un viaggio alla scoperta della sicurezza idraulica dei fiumi con l’Agenzia Interregionale per il fiume Po (AIPO).
Massimo Valente, dirigente dell’Agenzia Interregionale per il fiume Po (AIPO), in questa testimonianza ci guida attraverso la complessa realtà della gestione dei fiumi Secchia e Panaro, per comprendere meglio come funziona il "sistema fiume". In un territorio tra i più industrializzati d'Europa, la sfida è quella di trovare un delicato e complesso equilibrio tra la necessità di proteggere le città dalle alluvioni sempre più ricorrenti e il desiderio di preservare l'ambiente naturale.
L'assetto idrografico e l'eredità del passato
Per comprendere i rischi attuali, bisogna guardare alla conformazione della Pianura Padana, immaginandola come un triangolo che si allarga dal Piemonte verso il mare Adriatico, con il Po al centro. Scendendo verso valle, gli affluenti diventano sempre più lunghi; in particolare, il Secchia e il Panaro sono gli ultimi grandi affluenti di destra del Po e percorrono un tratto di pianura molto esteso, di circa 30-40 chilometri, prima di confluire nel grande fiume.
Questo territorio è densamente antropizzato, attraversato da infrastrutture cruciali come autostrade, ferrovie e ponti. Per proteggere queste aree, fin dal 1700 sono stati costruiti argini che, inizialmente discontinui, sono diventati un sistema ininterrotto. Questa opera di difesa ha però "stretto" il fiume in una fascia molto più ridotta rispetto al suo assetto naturale.
A differenza di fiumi come il Nilo, che storicamente esondavano depositando limo fertile su vaste aree, i nostri argini hanno impedito all'acqua di espandersi. La conseguenza è che terra, limo e detriti si sono depositati solo all'interno dell'alveo ristretto tra gli argini. Questo fenomeno ha provocato un innalzamento progressivo del fondo del fiume, tanto che oggi, in molti tratti di pianura, il fondo dell'alveo si trova a una quota più alta rispetto alla campagna circostante, creando una situazione di intrinseca delicatezza e pericolo.
I tre compiti fondamentali per la sicurezza
L’AIPO, che ha assunto le competenze dell'ex Magistrato per il Po, opera attraverso uffici territoriali (l'ufficio di Modena segue Secchia e Panaro, quello di Ferrara il Po fino al delta). Il lavoro dell'Agenzia si fonda su tre pilastri operativi interconnessi:
Perché non possiamo alzare gli argini all'infinito
In passato, la risposta alle alluvioni era alzare gli argini dopo ogni evento critico. Oggi, nel tratto di pianura, ci troviamo di fronte a "muri" di terra alti fino a 15 metri. Non è pensabile continuare ad alzarli all'infinito: un argine troppo alto e stretto diventa strutturalmente fragile e vulnerabile, anche all'azione di animali che, scavando tane, possono comprometterne la tenuta.
La strategia moderna si è quindi spostata sul contenimento dei volumi d'acqua a monte. Sono state realizzate le casse di espansione, situate allo sbocco dei fiumi in pianura (spesso recuperando ex cave estrattive). Queste grandi aree funzionano come parcheggi temporanei per l'acqua: durante il picco della piena accumulano i volumi in eccesso, per poi rilasciarli lentamente quando l'emergenza è passata. Questo sistema "alleggerisce" la pressione sui tratti arginati di valle, proteggendo le città.
Gestire la vegetazione e il problema dei sedimenti
I fiumi di oggi non sono corsi d'acqua puramente naturali, ma parzialmente artificiali, e richiedono una gestione attiva. Questo crea talvolta un apparente conflitto tra l'aspetto naturalistico e quello idraulico. Massimo Valente sottolinea due punti critici:
Drenaggio e scelta delle colture per la sicurezza degli argini
Un aspetto fondamentale, spesso ignorato, riguarda le aree golenali (le terre tra l'argine e il fiume), che in molti tratti del Secchia sono proprietà private adibite all'agricoltura. La gestione di questi terreni da parte degli agricoltori ha un impatto diretto sulla sicurezza di tutti:
Condivisione e comunicazione come strumenti di difesa
In un'epoca segnata da cambiamenti climatici che portano eventi meteo sempre più frequenti e intensi, la gestione isolata non basta più. La proposta di istituire un Paesaggio Protetto del Secchia è vista da Massimo Valente come un'opportunità strategica per coordinare le diverse esigenze (idrauliche e ambientali) a monte, evitando conflitti in fase di emergenza.
Ma il valore aggiunto più grande risiede nella comunicazione. Spesso i cittadini non hanno una percezione chiara dei rischi o dei ruoli dei vari enti. Un percorso condiviso aiuta a spiegare alla popolazione che quel luogo ricco di biodiversità è anche, e soprattutto, un'area che il fiume occupa violentemente durante le piene. Una cittadinanza informata comprende meglio che la tutela della natura deve convivere con interventi di manutenzione (come il taglio selettivo o gli scavi) necessari per garantire la sicurezza di un territorio fragile e densamente abitato.
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