Andrea Agapito Ludovici è un biologo del WWF impegnato nella conservazione delle acque dolci e delle zone umide, nella difesa del suolo e nei progetti di rinaturazione.
La sua testimonianza invita a ripensare il nostro rapporto con il fiume, reso fragile dai cambiamenti climatici e dall’eccessiva canalizzazione. Poiché la sicurezza idraulica assoluta non esiste, propone di puntare sulla mitigazione del rischio, ripristinando servizi ecosistemici e lavorando con comunità locali e stakeholder per una gestione più sostenibile dei corsi d’acqua. Obiettivo: ridurre la vulnerabilità e aumentare la resilienza del bacino fluviale.
Nella storia recente, i corsi d'acqua sono stati spesso trattati come ambienti separati dal territorio circostante. I fiumi sono stati sfruttati intensamente, canalizzati e costretti in spazi sempre più ristretti. Questo approccio ha generato una significativa vulnerabilità del territorio.
I cambiamenti climatici stanno esacerbando le conseguenze di tale sfruttamento attraverso l'intensificazione di eventi estremi, come le recenti calamità in Emilia-Romagna. Tali eventi estremi stanno mettendo a dura prova l'intero reticolo idrografico, dimostrando che gli spazi limitati in cui i fiumi sono stati confinati non sono più idonei. È fondamentale che tutti riflettano su cosa ci si aspetta da un fiume e su come dovrebbe evolvere la nostra relazione con esso in futuro.
Il concetto di "sicurezza idraulica" è fuorviante, poiché la sicurezza assoluta non esiste; il rischio esisterà sempre.
L'obiettivo deve essere quello di mitigare il rischio e saperlo gestire.
Le opere idrauliche, come gli argini del Po o del Secchia, sono costruite per resistere a piene che hanno un tempo di ritorno specifico, tipicamente bicentennale (eventi che statisticamente si verificano ogni 200 anni). Tuttavia, se si verifica un evento eccezionale e più raro (ad esempio, con un tempo di ritorno di 1000 anni), l'acqua uscirà e causerà devastazioni. Dal momento che non è possibile realizzare difese (come argini alti 50 metri) per ogni scenario estremo, per ragioni economiche e strutturali, si deve accettare che la sicurezza è solo relativa alle condizioni che si riescono a mitigare. In questi casi sono indispensabili piani di protezione civile per salvaguardare la vita delle persone e più beni possibili.
In regioni come l'Emilia-Romagna, la "pulizia" dei fiumi, se condotta in modo devastante come spesso denunciato dal WWF, serve a poco e spesso contribuisce ad aumentare il rischio.
Molti fiumi che giungono al mare sono pensili (più alti della campagna circostante). Se un argine si rompe, l'acqua inonda la campagna e non riesce più a rientrare nel letto del fiume, a causa dell'altezza dell'argine, finendo per impaludarsi nelle aree dove storicamente sorgevano zone umide; per evitare queste situazioni è necessario un approccio che tenga conto di tutto il bacino fliuviale affinchè nelle porzioni più a rischio il fiume possa defluire senza far danni.
Il termine rinaturazione si riferisce a un insieme di azioni volte a ripristinare i processi ecologici e naturali di un corso d'acqua. Non è sempre necessario, né spesso possibile, riportare il territorio alle condizioni iniziali, ma l'obiettivo primario è riattivare funzioni ecologiche cruciali, in particolare il ripristino dei servizi ecosistemici.
I servizi ecosistemici fondamentali che devono essere recuperati lungo i corsi d'acqua includono:
Recuperare questi servizi ecosistemici è fondamentale per ridurre la vulnerabilità territoriale, mitigare il rischio idrogeologico e garantire che i fiumi siano luoghi più sicuri e "vivi" per la biodiversità e per le persone che vi abitano.
La rete ecologica è stata concepita per cercare di ovviare ai problemi di conservazione creati dall'antropizzazione del territorio, in particolare la frammentazione e l'isolamento degli habitat. Essa mira a rimettere in connessione le aree di biodiversità attraverso corridoi, per garantire l'interconnessione genetica delle popolazioni e prevenire l'isolamento delle specie.
I fiumi sono corridoi naturali dinamici che facilitano la connessione longitudinale (da monte a valle).
I fiumi sono naturali corridoi ecologici dove però la continuità ecologica è ridotta a causa delle barriere artificiali: dighe, briglie e traverse, che spesso sono obsoleti e non hanno più utilità, impedendo il movimento delle specie ittiche migratrici e alterando il trasporto solido. La Strategia Europea per la Biodiversità impone il recupero a scorrimento libero di almeno 25.000 km di fiumi in Europa entro il 2030, vista l’estensione del nostro Paese dovremmo contribuire con 1000-1500 km di fiumi ripristinati.
I fiumi possono essere anche corridoi per specie aliene (vegetali e animali). Interventi di manutenzione della vegetazione autoctona, possono involontariamente facilitare l'insediamento di specie invasive (come Amorfa frutticosa, Reynoutria japonica o Sycos angulatus). Queste specie possono a loro volta creare problemi, ad esempio, compromettendo la stabilità delle sponde poiché non possiedono le stesse caratteristiche meccaniche di trattenimento delle radici di specie autoctone come i salici.
Nelle acque dolci della Pianura Padana, come peraltro in gran parte degli ambienti acquadulcicoli, è in corso una progressiva ed inesorabile perdita di specie autoctone. Più del 60-70% dei pesci presenti nelle nostre acque dolci appartiene a specie aliene, spesso reintrodotte in modo maldestro e praticamente tutte le specie autoctone (forse a parte il Cavedano) sono a rischio.
L'avvio di un progetto di paesaggio protetto per il Secchia può offrire diverse opportunità importanti, a condizione che il percorso sia ben gestito, partecipativo e orientato al raggiungimento di obiettivi chiari funzionali all’applicazione della Direttiva Quadro Acque, della Direttiva Alluvioni, della Direttiva Habitat e della Strategia Europea per la biodiversità.
Un confronto costruttivo e un percorso condiviso. L'istituzione di un paesaggio protetto rappresenta l'occasione per avviare un confronto con tutti gli attori territoriali, inclusi agricoltori, cavatori, fruitori, uffici regionali e enti per trovare soluzioni che siano adeguate al territorio e che garantiscano l’adattamento al cambiamento climatico, la sostenibilità ambientale ed economica per le comunità che vivono il fiume.
Finanziamenti e risorse. Un progetto di questo genere può diventare un'opportunità per trovare finanziamenti nuovi e diversificati. È importante, ad esempio, avvalersi di tecnici facilitatori (come agronomi o forestali) che possano dialogare direttamente con gli agricoltori, gli enti locali, le associazioni per aiutarli a promuovere interventi accedendo a fondi complementari, come quelli del Programma di Sviluppo Rurale, per ripristinare zone umide o creare fasce boscate tampone.
Integrazione di soluzioni produttive e ambientali. È possibile lavorare con gli agricoltori per trovare soluzioni produttive alternative che mantengano il loro reddito e, allo stesso tempo, migliorino l'ambiente. Un esempio specifico per il Secchia e altri fiumi padani è la sostituzione dei pioppeti con impianti di arboricoltura mista che utilizzino specie anche autoctone. Tali impianti hanno un valore produttivo, migliorano la tutela del suolo e arricchiscono la biodiversità, attraverso tagli selettivi evitando i periodici tagli rasi come negli impianti a pioppo.
Creazione di un luogo "Vivo". L'opportunità più ampia è quella di contribuire a un cambio di rotta culturale per far sì che il fiume diventi un luogo "vivo" in tutti i sensi, non solo per la biodiversità, ma anche per le persone che vi abitano e per renderlo un posto bello da vivere e da fruire. Un'area protetta può essere quindi un’opportunità per il territorio soprattutto per favorire azioni di adattamento al cambiamento climatico, attraverso Nature Based Solutions e usi sostenibili dell’ambiente.
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