Marco Monaci è un ingegnere per l'ambiente e il territorio e progettista specializzato nella gestione dei corsi d'acqua naturali e dei canali artificiali di bonifica.
Il suo lavoro si concentra sul tentativo di coniugare due temi spesso visti in contrapposizione: la sicurezza idraulica e la tutela ambientale. Monaci promuove una gestione "multiobiettivo" che non separi la protezione dell'uomo dalla salvaguardia degli ecosistemi. Ha collaborato con il CIRF (Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale) per la stesura delle linee guida regionali per la gestione integrata dei corsi d'acqua, adottate dalla Regione Emilia-Romagna nel 2015.
Il fiume Secchia è un corso d'acqua che ha subito un profondo processo di artificializzazione nel corso dei secoli. Nella zona di pianura, da Rubiera fino alla confluenza con il Po, l'intervento umano ha radicalmente trasformato l'alveo naturale attraverso la costruzione di argini in terra. Queste strutture sono state realizzate per "imbrigliare" il fiume, sottraendo territorio alle esondazioni naturali per destinarlo all'agricoltura e alla protezione dei centri abitati. Dal punto di vista naturalistico, questa sezione del Secchia è oggi gestita quasi come un canale artificiale.
Spostandosi verso monte, nel tratto collinare fino a Castellarano, il fiume conserva una fisionomia più naturale, essendo contenuto dai versanti montuosi anziché da argini artificiali. Tuttavia, anche quest'area ha subito forti impatti: fino ai primi anni '80, il Secchia è stato oggetto di un'intensa attività estrattiva di ghiaie e inerti. Considerata inizialmente una risorsa infinita, questa pratica ha causato un progressivo abbassamento dell'alveo (incisione), portando alla perdita di habitat vitali che venivano periodicamente rinnovati dalle piene.
Oltre ai danni ecologici, l'erosione del fondo ha destabilizzato sponde, ponti e strade, costringendo le autorità a costruire briglie trasversali per bloccare il fiume. Sebbene tali opere abbiano stabilizzato le infrastrutture, hanno di fatto "ingessato" l'habitat fluviale. Un esempio eclatante di questa degradazione si osserva nel tratto tra Sassuolo e Rubiera, dove l'alveo si trova oggi fino a 15 metri più in basso rispetto alla sua quota storica, a causa delle estrazioni parossistiche documentate già dai voli aerei del 1954. In sintesi, lo stato di salute ecologica attuale è critico: rimangono solo "lembi di natura residua" in zone specifiche come le casse d'espansione di Campogalliano.
La sicurezza idraulica del Secchia è attualmente in una situazione definita "molto critica". Secondo il Piano di Gestione del Rischio di Alluvioni (PGRA), il tratto arginato ha enormi difficoltà a smaltire piene con tempi di ritorno superiori ai 20 anni. Il rischio concreto è che l'acqua sormonti gli argini o provochi delle rotte, come accaduto nell'alluvione del 2014, inondando vaste aree della pianura modenese.
Un punto fondamentale sollevato da Monaci riguarda il ruolo della vegetazione. A seguito delle recenti alluvioni in Romagna, l'opinione pubblica ha spesso individuato nella vegetazione eccessiva la causa principale dei disastri. Monaci chiarisce che, sebbene le piante influenzino il deflusso, la loro completa rimozione non risolverebbe il problema: gli alvei arginati sono strutturalmente sottodimensionati per le portate attuali, aggravate dal cambiamento climatico. Il taglio della vegetazione può essere una misura precauzionale, ma non sostituisce la necessità di interventi strutturali.
L'esperto sottolinea inoltre un concetto cardine della pianificazione moderna: il rischio zero non esiste. Non è possibile garantire l'assoluta assenza di esondazioni in ogni scenario futuro; pertanto, è necessario che il territorio si attrezzi consapevolmente, accettando che la protezione totale è un obiettivo irraggiungibile.
Per superare la dicotomia tra sicurezza e ambiente, Monaci propone l'adozione di soluzioni integrate o "Win-Win", promosse dalle direttive europee. L'idea centrale è quella di "dare più spazio al fiume" in modo naturale.
Una strategia concreta individuata per il Secchia riguarda il recupero delle cave dismesse situate tra Sassuolo e Rubiera. Questi "buchi" nel territorio, attualmente disconnessi dall'alveo, potrebbero essere rimodellati per accogliere le acque di piena prima che queste raggiungano i tratti arginati di valle, più vulnerabili. Si stima che queste aree potrebbero accumulare fino a 15 milioni di metri cubi d'acqua. Questo approccio non solo ridurrebbe il rischio di esondazione, ma permetterebbe di ricreare habitat umidi e piane inondabili, migliorando significativamente la biodiversità.
Altre opzioni includono l'arretramento degli argini, sebbene questa soluzione sia di difficile applicazione a causa dell'urbanizzazione intensiva a ridosso del fiume. Nel tratto montano, invece, la priorità dovrebbe essere il ripristino del trasporto dei sedimenti, ostacolato dalle troppe briglie, per permettere al fiume di ritrovare un equilibrio dinamico naturale. La sfida principale resta quella di far cooperare l'autorità idraulica con gli enti di tutela ambientale, trasformando interventi necessari per la sicurezza in opportunità di riqualificazione ecologica.
L'istituzione dell'Area a Paesaggio Naturale e Seminaturale Protetto rappresenta, secondo Monaci, un'opportunità fondamentale per superare la visione frammentata del territorio. I principali punti di forza di questo strumento risiedono nella capacità di:
Esiste tuttavia una percezione di debolezza legata alla paura dei vincoli normativi, specialmente nel mondo agricolo. Molti attori locali temono che lo status di area protetta possa impedire le attività economiche preesistenti. Monaci chiarisce però che questo strumento non aggiunge vincoli stretti paragonabili a quelli dei piani idrogeologici (PAI) o dei piani provinciali (PTCP). Piuttosto, esso agisce come una guida per valorizzare le peculiarità del territorio, invitando a tenerne conto senza necessariamente bloccare le attività.
Il successo di questa iniziativa dipenderà dalla qualità del processo partecipativo, necessario per trovare compromessi con chi vive e lavora intorno al fiume. Se gestito correttamente, il paesaggio protetto può trasformarsi da vincolo a opportunità di valorizzazione dei prodotti e delle peculiarità locali, creando una sinergia tra agricoltura, fruizione pubblica (attraverso percorsi ciclabili sicuri) e tutela dell'ecosistema. L'obiettivo finale è una gestione integrata dove la sicurezza idraulica e la bellezza del paesaggio naturale non siano più viste come obiettivi contrapposti, ma come due facce della stessa medaglia.
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